Denver Art Museum

progetto

© LEONID FURMANSKY

1966-1972

Denver, Colorado, USA

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istituzione/ente, architecture

Inaugurata il 3 ottobre del 1971, la nuova sede del Denver Art Museum è l’esito di una stretta collaborazione internazionale tra Gio Ponti, James Sudler (architetto locale che ne seguì le pratiche edilizie e il progetto degli interni) e Otto Karl Bach, artista di Chicago formatosi tra il Dartmouth College e Parigi e direttore del museo dal 1944 al 1974. Il coinvolgimento di Ponti, che ricevette l’incarico nel 1965, si deve proprio a Sudler con il quale l’architetto era entrato in contatto in Italia già nel 1957 e aveva portato avanti negli anni uno scambio epistolare . Sebbene l’attività di Ponti come architetto negli Stati Uniti fosse all’epoca ancora legata solo a pochi interventi di piccola scala (gli interni degli uffici Alitalia del 1959 e l’auditorium del Time and Life Building a New York) la sua fama a livello internazionale, secondo il consiglio direttivo del museo, avrebbe dato prestigio all’istituzione e avrebbe potuto garantire anche una certa attenzione mediatica sia sulla stampa generalista che su quella specializzata e, dunque, la possibilità di attrarre visitatori e finanziamenti. 
Il progetto, concepito e sviluppato dal team in un vero scambio transatlantico fatto di viaggi e incontri tra lo studio milanese di Ponti e Denver, consiste in due volumi a torre di 6 piani, con un interpiano di circa 5 metri, uniti da uno spazio centrale che ospita le hall, i servizi e gli ascensori per accedere direttamente alle undici gallerie espositive. Esternamente i volumi sono tenuti insieme da una facciata continua articolata su più piani verticali e interamente rivestita in tessere di vetro piane e diamantate che, secondo l’idea sviluppata da Ponti in molti altri progetti già realizzati in Italia, avrebbero dovuto riflettere la luce naturale creando un effetto spettacolare. Anche le aperture in facciata, nella loro varietà di forme e dimensioni, sono concepite come un pattern che si accende di notte e inquadra il paesaggio montuoso della città di giorno. Il risultato finale, benché tacciato dalla critica nordamericana dell’epoca di apparire come un castello medievale italiano, con merli e feritoie, calato nel paesaggio del Colorado, è un’architettura dall’immagine potente e allo stesso tempo indecifrabile, come suggerisce lo stesso Ponti in un articolo di Esther McCoy apparso sulle pagine di Progressive Architecture: “A building without unreality is only technique or engineering. Here it is the light that creates the enigma. Cities are ready for enigmas […]”.
 

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Otto Karl Bach

painter, historian and director of the Denver Art Museum, (1944–1974)

Gio Ponti

Sources

McCoy, Esther. “News Report: Architecture West.” Progressive Architecture, (Febbraio 1972): 46.

Unknown. “Denver Art Museum.” Architectural Record, (Marzo 1972): 87-92.

Bergdoll, Barry. “Denver Art Museum 1966-1972. Con James Sudler.” In Gio Ponti. Amare l’Architettura, a cura di Maristella Casciato e Fulvio Irace, 240-242. Roma: Maxxi/Forma, 2019. 

Ponzio, Angelica Paiva. “The Denver Art Museum: Gio Ponti’s [American] “Dream come True”, Docomomo US, 21 Settembre, 2020, https://docomomo-us.org/news/the-denver-art-museum-1

Author Ludovica Vacirca